Focus: Pericolo plastica

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E' già dentro di noi: Micro e nano plastiche sono nel nostro organismo. Ma gli studi sono agli inizi e non si conoscono ancora i risvolti per la nostra salute.

Le hanno trovate sull'Everest, ai Poli e negli abissi della Fossa delle Marianne. Sono nei terreni, nelle falde acquifere e nell'aria. E con le missioni Apollo sono giunte persino sulla Luna. Ma le plastiche sono arrivate anche in un luogo molto più vicino, che forse dovrebbe preoccuparci di più: il nostro corpo. Vari studi, infatti, hanno mostrato la presenza di plastiche nel sangue, nelle urine, nelle feci. Una ricerca su Environmental Science & Technology ha calcolato che, nella loro dieta, gli americani assumono fino a 52mila particelle di microplastica all'anno: 150 al giorno. «Ed è una stima drasticamente per difetto» avverte Kieran Cox dell'Università di Victoria (Canada).

C'era da aspettarselo: in quasi 70 anni la plastica ha contaminato ogni angolo del Pianeta. E non ha risparmiato l'uomo: frammenti microscopici di plastica hanno contaminato i pesci e altri cibi di cui ci nutriamo, l'acqua che beviamo, l'aria che respiriamo. Con quali effetti? La risposta è disarmante: non si sa.

Infatti, nonostante la contaminazione planetaria, gli studi riguardanti l'impatto delle plastiche sulla nostra salute sono iniziati da poco tempo e non hanno raggiunto conclusioni inequivocabili. Tanto che quest'anno i 26 migliori scienziati del Sapea (Science Advice for Policy by European Academies), l'organo di consulenza scientifica della Commissione europea, ha pubblicato un report sulle microplastiche che, pur riconoscendo il problema, conclude che «si sa ancora poco riguardo ai rischi per la salute umana di nano e microplastiche, e ciò che è noto è circondato da notevole incterezza. Prima di trarre conclusioni attendibili sui reali rischi per l'uomo, è necessario fare studi accurati sulle diverse combinazioni di nano e microplastiche e i loro effetti. Per il momento non abbiamo le prove di un rischio diffuso per la salute umana: i dati non ci permettono di concludere con sufficiente certezza se il rischio sia presente o assente in natura. Ci vorrà tempo prima che si arrivi a conclusioni più affidabili». Dunque, la "pistola fumante" non c'è. Almeno per ora. Ma la comunità scientifica mondiale è mobilitata.

ARRIVANO OVUNQUE

Per molto tempo l'impatto della plastica sulla salute non ha sollevato particolari preoccupazioni. La plastica, infatti, era considerata un materiale inerte, come un sassolino o una vite di metallo: se ingerita, sarebbe espulsa così com'è. Negli ultimi decenni, però, si è fatta luce sul processo di degradazione che le plastiche subiscono nell'ambiente: quando sono esposte al calore, alla luce, all'acqua, all'attrito dell'aria e di altri oggetti, le particelle di plastica si sminuzzano fino a raggiungere dimensioni inferiori ai 5 mm (le microplastiche) o a 0,1 micron (millesimo di mm: le nanoplastiche).

A queste dimensioni, le plastiche non creano problemi di soffocamento o di ostruzione gastrointestinale agli organismi marini. Che però in questo modo le assorbono, ed entrano nella nostra catena alimentare quando mangiamo un piatto di cozze o gli spaghetti allo scoglio. E, una volta ingerite, le microplastiche possono arrivare ovunque, attraversando le barriere dei tessuti: nel sangue, nei linfonodi, perfino nel fegato e nelle milza. E lo stesso vale per le impercettibili dosi rilevate in molte acque imbottigliate nel Pet, o in diversi formaggi e salumi conservati nelle pellicole in Pvc. Ma non è tutto: «Le plastiche che arrivano nei terreni e nelle falde acquifere vengono assorbite dai vegetali: sono state trovate non solo nell'acqua minerale, ma anche nella polpa di frutta e verdura», dice Margherita Ferrante, responsabile del Laboratorio di Igiene Ambientale e degli Alimenti dell'Università di Catania.

UNA FAMIGLIA NUMEROSA

Con quali effetti? Lo studio sull'impatto delle micro e nanoplastiche sul nostro organismo è complicato. Non solo perchè «mancano dati globali sulla concentrazione di queste sostanze nei diversi ambienti naturali», sottolinea il report Sapea. Ma anche perchè le plastiche sono una famiglia di sostanze molto diverse fra loro: ne esistono più di 90 tipi, e ciascuno può avere migliaia di varianti a seconda degli additivi con cui sono prodotte. Alla plastica, infatti, sono aggiunte sostanze vetrificanti, coloranti, ignifughe, indurenti. «E spesso non si sa quali siano questi additivi, che in molti casi sono un segreto industriale gelosamente custodito», sottolinea il report Plastic&healt del Center for International Environmental Law (Ciel). «Molti di questi additivi, comunque, sono già noti per essere tossici, cancerogeni o interferenti endocrini»: possono, cioè, influire sugli ormoni che regolano lo sviluppo, il comportamento, la fertilità. Gli esempi? Dal bisfenolo A agli ftalati, fino ai ritardanti di fiamma polibromurati. Queste sostanze potrebbero causare infiammazioni stress ossidativi, che sono spesso l'anticamera di cancro, malattie cardiache e degenerative.

Ma attenzione, avvertono gli esperti del Sapea: «Oltre a non conoscere l'esatta composizione di queste sostanze, non sappiamo neppure qual è la dose giornaliera di plastiche che assumiamo: e questa conoscenza è essenziale per stimare gli effetti sulla salute. Come avviene per molti altri composti chimici, è la dose che fa il veleno». Ecco perchè è urgente avviare studi rigorosi con criteri condivisi dalla comunità scientifica.

MEGLIO ESSESE CAUTI

Un aiuto potrebbe arrivare dall'Italia: il Laboratorio di Catania ha brevettato il primo sistema al mondo per quantificare la presenza di micro e nano plastiche in acque, alimenti (verdura, frutta, pesci) e tessuti umani in vitro, cioè in provetta, senza bisogno di prelievi di campioni biologici su persone. «In autunno inizieremo gli studi col Cnr», dice la professoressa Ferrante.

Che fare, allora, in attesa che arrivino dati certi? «Data la natura ubiquitaria di queste particelle, deve considerarsi una priorità lo studio per capire e prevenire rischi per la salute», avverte il rapporto Ciel. «Finchè non avremo compreso la natura completa dei rischi, è necessario un approccio cautelativo per ridurre l'ingestione. La produzione sempre più elevata e l'uso sempre più pervasivo di questi contaminanti dovrebbero essere visti come elementi significativi di preoccupazione per la salute pubblica. Occorre un'azione globale per ridurre la produzione e il consumo di plastica».

Anche perchè, avvertono gli scienziati del Sapea, «se il rilascio di plastica nell'ambiente continuerà a questo ritmo, il rischio ecologico diventerà globale nel giro di un secolo».

 

Focus.it - Fonte: Focus n. 322 - Data: 18 Luglio 2019

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